«Biden vuole tornare all’intesa sul nucleare. Poi si può trattare per ampliarla»- Corriere.it

Robert Malley è il nuovo Inviato speciale degli Stati Uniti per l’Iran. Nominato l’altro ieri, non ha perso tempo: ha subito contattato i colleghi britannici, francesi e tedeschi impegnati sul dossier iraniano, a riprova che la ripresa del dialogo con la Repubblica Islamica dopo i quattro anni di Donald Trump è una priorità dell’Amministrazione Biden.
La sua nomina – che non ha bisogno di approvazione del Senato – era osteggiata dai «falchi» che temono che il ritorno all’accordo stipulato con l’Iran nel 2015 e abbandonato da Trump danneggi la sicurezza di Israele e dei Paesi del Golfo, ma duecento individui e associazioni – tra cui diplomatici, accademici, ex ostaggi e prigionieri politici americani – hanno appoggiato Malley con una lettera in cui sottolineano il suo equilibrio e la sua esperienza. È stato consigliere sul Medio Oriente del presidente Obama e tra gli architetti dell’accordo sul nucleare del 2015 (Jcpoa), mentre sotto Bill Clinton fece parte del team degli accordi di Camp David del 2000. Negli anni di Trump ha diretto il think tank International Crisis Group a Washington. Con il nuovo segretario di Stato Antony Blinken lo unisce un’amicizia iniziata come compagni di liceo alla École Jeannine Manuel di Parigi. Malley ha parlato al telefono al Corriere prima della sua nomina.

L’uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh lo scorso novembre mirava a rendere più difficile il ritorno al Jcpoa? Ha ottenuto questo scopo?
«C’erano molti obiettivi nell’uccisione di Fakhrizadeh. Uno era semplicemente di colpire fisicamente l’Iran e mandare un messaggio ad altri nella regione. Un altro era di rendere più difficile il compito del presidente Biden. E forse si voleva anche cercare di provocare l’Iran, per vedere se la situazione si complicava ulteriormente. Se è stato Israele – e non lo sappiamo – era un buon target da un punto di vista simbolico per infliggere un colpo all’Iran ed era possibile farlo senza conseguenze perché Trump era ancora presidente. Ma l’uccisione dello scienziato non ha cambiato per niente la posizione di Biden né quella dell’Iran sul Jcpoa. Biden ha sempre detto, prima e dopo, che gli Stati Uniti sono pronti a tornare all’accordo, se l’Iran torna a rispettarlo. Teheran ha detto la stessa cosa. Il calcolo non cambia. La ragione per cui quell’uccisione può rendere le cose più complicate è che, dal lato iraniano, ci sarà chiaramente una maggiore rabbia che si aggiunge alla frustrazione per la situazione degli ultimi anni, il che potrebbe rendere più dure e difficili le loro richieste per tornare a rispettare l’intesa, in tal senso potrebbe avere un effetto a catena. Ma è anche possibile che la decisione di evitare azioni di rappresaglia contro la presenza americana o contro Israele sia stata il risultato del calcolo essenziale che la posizione delle due parti non è cambiata. È ancora nell’interesse degli Stati Uniti frenare la capacità nucleare dell’Iran, ed è nell’interesse dell’Iran ottenere una riduzione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. Per questo il ritorno al Jcpoa è possibile, anche se complicato».

Anche nel partito democratico, però, c’è chi appoggia almeno in parte la strategia trumpiana della «massima pressione» e chiede un accordo più ampio, che includa i missili balistici, tempistiche diverse, le influenze regionali… L’Iran ha ripetuto spesso che non accetterà nuovi negoziati.
«Biden è stato molto chiaro: vuole tornare al Jcpoa. Non si parla di un accordo più ampio se non dopo che le parti saranno tornate al rispetto del Jcpoa e si saranno riconciliate: allora potrebbero esserci nuovi negoziati».

A giugno scade il secondo mandato del presidente iraniano Hassan Rouhani. I conservatori potrebbero conquistare la presidenza: questo può ostacolare il dialogo?
«Chiaramente il dialogo è stato più difficile durante la presidenza di Ahmadinejad che di Rouhani, ma alla fine il processo decisionale in Iran è più selettivo e la Guida Suprema ha un ruolo preponderante. Perciò, anche se le cose potrebbero essere più difficili, non credo che, se non si raggiunge un’intesa prima delle elezioni iraniane, è finita. Spero che la si possa raggiungere prima, spero che le due parti possano accordarsi, ma anche se i sostenitori di una linea più dura vincessero le elezioni, la decisione di impegnarsi con gli Stati Uniti dipenderà dalla Guida Suprema e da altri, non sarà determinata semplicemente da chi siede nell’ufficio del presidente».

C’è però chi si domanda se la stessa Guida Suprema Ali Khamenei seguirà ora un approccio più conservatore.
«Se la Guida Suprema fosse contro il dialogo con gli Stati Uniti, non ci sarebbe alcun dialogo, anche con un presidente più riformista o pragmatico. Se lui non vuole, non succederà. Se invece lo vuole, ci si può aspettare che accada anche con un presidente più conservatore».

In che modo è cambiato il Medio Oriente in questi 4 anni e come cambierà la politica estera con Biden?
«Molto è cambiato in questi quattro anni, per via della politica di Trump, ma anche di cambiamenti indipendenti da essa. Con Trump l’Iran è diventato il fulcro della politica estera americana rispetto al conflitto tra Israele e palestinesi, e non c’è stata molta attenzione per la democrazia nella regione né per tentare di risolvere i conflitti in Yemen e in Libia. Ma ci sono anche mutamenti avvenuti indipendentemente dagli Stati Uniti, come l’accelerazione nella partnership di fatto tra Paesi uniti dall’opposizione all’Iran, e una seconda ondata di movimenti di protesta, in Libano, Iraq, Algeria, Sudan. Io penso che l’Amministrazione Biden cercherà di ricalibrare alcune politiche: porrà fine alla campagna di “massima pressione” contro I’Iran nella convinzione che sia più efficace fare pressione attraverso la diplomazia. Ci sarà un po’ più di attenzione ai diritti umani, meno assegni in bianco ad alcuni partner tradizionali dell’America e ovviamente più cooperazione con l’Europa, perché condivide la visione del Medio Oriente di Biden molto più di quanto non accadesse con l’Amministrazione Trump».

E in Afghanistan?
«Prima di diventare presidente Biden ha detto di voler porre fine a guerre senza fine come in Iraq e in Afghanistan. Ha anche detto che vuole mantenere una forza di intervento per motivi umanitari. Ma eredita un accordo tra Usa e Talebani, e dovrà trovare un difficile equilibrio fra tre fattori: il suo impegno a porre fine alle guerre, insieme ad una presenza di lungo termine o come minimo alla promozione di obiettivi umanitari in Afghanistan. Questo richiederebbe una revisione del terzo elemento, che è l’accordo con i talebani, ma potrebbe anche portare alla perdita dell’opportunità di ritirare le truppe americane dal Paese nel caso in cui i talebani reagiscano rinnegando i loro impegni e ponendo fine ai colloqui. Un equilibrio difficile»

31 gennaio 2021 (modifica il 31 gennaio 2021 | 10:15)

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Written by bourbiza

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